Niente di davvero nuovo sul fronte occidentale
4-6-2009
Un ragazzino, 20 22 anni al massimo, ha una casacca con una fila di bottoni sul lato del torace. La giacca è blu, i bottoni sono dorati, sembrerebbe un soldato di Napoleone se non fosse per i jeans bianchi. L’inizio del nostro incontro è inesistente, lo vedo, vedo la sua sagoma curva mentre cerca di rollarsi una sigaretta e c’è qualcosa che mi indica che ha una certa difficoltà nel fare questa operazione ma al momento non ci faccio caso. Poi arriva, dopo, mentre io ho le cuffie ed ascolto un disco che quando me l’hanno consigliato e l’ho messo su la prima volta non mi ha detto proprio niente. E invece adesso mi piace. Fleet foxes. Un gruppo mezzo country, americano fino all’osso, country ma senza che ti aspetti da un momento all’altro che uno stia per urlare IIIIIII HAAAAA sbattendo il piede a tempo su un pavimento di legno. Comunque Napoleone arriva e all’inizio vedo solo la sua bocca che si apre. Levo un auricolare, scusa? Il 3 è già passato. Si è alzato da una panchina distante 4 metri da me per dirmi questa cosa. Alza la mano e io vedo i suoi jeans e le loro macchioline e il suo naso piccolo con una voglia scurissima nella narice destra e lo sguardo manomesso che non riesco a decifrare. Sanguina, ha il bianco pieno di minuscole goccioline rosse. Ha la bandiera della Francia addosso, bianco blu rosso. La mia impressione iniziale non era sbagliata. Il pollice della mano destra è un grumo di scottex e mentre me lo mostra gli trema la mano e mi dice che è caduto sulla neve, che però ha già avvertito la palestra dove lavora e non ci sono problemi anche se l’hanno preso in giro perchè lui è istruttore di karate e insomma come ha fatto a farsi male così stupidamente, si però già un’altra volta si era rotto, con un allievo, non aveva messo le protezioni e gli aveva aperto la schiena, però la colpa era dell’allievo ed è stato cacciato per questo, il perchè non l’ho capito bene. Non vedo l’ora che se ne vada, non mi deve toccare con quella mano piena di sangue, così faccio si si con la testa e tengo uno degli auricolari nell’orecchio e l’altro a mezz’aria pronto per essere inserito. E alla fine se ne torna al suo posto. Con i suoi occhi acquosi mobili. Quando siamo saliti sul tre dopo qualche fermata ci hanno fatto la multa perchè eravamo senza biglietto. Ci siamo ritrovati a terra coi controllori, uno aveva un mio documento, l’altro ne aveva uno suo, l’ho guardato, gli ho sorriso e lui non ha ricambiato.
Ascolto i Lali Puna mentre appena dietro questa porta c’è una cosa molto vicina all’inferno: bambino urlante e capriccioso, tenerissimo despota famigliare, bimbo più minuscolo ancora che dorme dopo una nottata insonne, nonni acciaccati e affettuosi, polemici, elementi sbuffanti, sorrisi tirati e sinceri, facce stanche facce distrutte dal peso delle feste, scazzo, dolcezze non solo mangiabili, cibo, freddo.
Mi è arrivata come una rivelazione mentre, evidentemente, cercavo nella mia mente un riferimento circa quello che stavo provando. Mi capita spesso di pensare alle cose che conosco, ai libri, alle canzoni che fanno parte delle mie sicurezze come un bambino si circonda di orsacchiotti per passare il buio della notte, io mi circondo di citazioni, a volte sballate, spesso modificate dalla mia capricciosa memoria o del tutto sbagliate che mi aiutano a ritrovare il mio id quando mi smarrisco. Così, due parole, Lei, lei che lo so che scritte così non significano nulla di speciale ma anche questo non è del tutto vero. Si parla di una femmina è evidente, è già un’informazione, e questa femmina ha un’identità importante per chi si sta riferendo a lei perchè la nomina due volte nel giro di due parole. Chi è? Sicuramente la persona che dice Lei, lei. non sta parlando con la donna in questione, non è la sua interloquitrice, sei riferisce in terza persona, ne sta parlando con qualcuno? Forse ma in effetti ne parla prima di tutto con se stesso. Si ripete due parole, sovrapensiero. Anche se le sta pronunciando alla presenza di un uditore le pronuncia per se. L’accento sul genere, sull’importanza che riveste questa individuo, l’essere questa donna irrimediabilmente altro dalla persona che parla. Il senso di distanza e contemporaneamente la virgola che indica un anelito verso di Lei, lei.
Cedo, capitolo, consegno le armi, mi dichiaro sconfitta e mi iscrivo al social network più famigerato del momento. Cerco di andarci piano, curioso, scruto ma questo facebook una volta che ci entri ti centrifuga e ti lascia andare solo dopo averti preso qualche anno di vita.
Sopra le scale c’è una voce che pur attorniata da altre, non ne viene soffocata. Amplificata e trattata come se fosse passata da uno studio di registrazione. E invece viene fuori da un megafono mezzo sfondato. Cavernosa e squillante, giovane ma decisa. Il messaggio che sento è più o meno questo: lo vogliamo il capitalismo? Nooooo voci in coro, Lo vogliamo lo Sato ? Noooooo, Noi non vogliamo stati, non vogliamo Europa non vogliamo nessuno perchè tutti sono artefici di questo schifo che stiamo vivendo.